JUNK, Il futuro in discarica
- Benedetta Contu

- 5 days ago
- 6 min read
La Politica del Rifiuto nella Mostra di Uter
Il 18 marzo si è aperta a Roma, presso la galleria Pavart, la mostra “JUNK – Il futuro in discarica” dell’artista Uter, pseudonimo di Arturo Ursumando, a cura di Velia Littera. L’esposizione ha riscosso fin da subito grande attenzione grazie al suo forte messaggio: una riflessione sul rifiuto non solo materiale, ma anche umano, sociale e spirituale. Uter è un artista che ha attraversato diversi linguaggi: dalla fotografia tradizionale al cinema e al teatro, fino alla sperimentazione digitale e all’uso dell’intelligenza artificiale.
In mostra sono presentate circa venti “meta-fotografie” in formato poster, allestite secondo
una logica volutamente urbana e prive di cornice per accentuare un senso di urgenza visiva.
Fissate con spilli, le immagini evocano affissioni provvisorie invitando lo spettatore a un
attraversamento critico dello spazio espositivo.
L’immagine scelta come copertina è esemplare della poetica dell’artista: un oggetto
quotidiano e marginale, un sacco della spazzatura, viene radicalmente trasfigurato
dall’intervento algoritmico. La superficie, normalmente opaca e degradata, si fa vitrea e
iridescente. Il risultato è la nobilitazione dello scarto che viene elevato a oggetto di
contemplazione.

Tra le opere esposte, l’artista dichiara un legame particolare con una di
queste:
Parlando delle opere esposte, quella che sento più vicina è senza dubbio quella con il gabinetto come protagonista. Nel tempo ho costruito una vera e propria “collezione” di gabinetti. Lavoro spesso sull’idea di antipersonaggio che diventa protagonista. Non mi riconosco in Romeo: mi sento piuttosto Jago, attratto da quel lato più oscuro che osserva nell’ombra e, all’improvviso, prende il centro della scena. In questa mostra i miei
personaggi abitano le spiagge, ma li immagino anche in contesti completamente diversi, come Wall Street o Pamplona.
Parallelamente, la sezione digitale della mostra propone tre mini-opere video in loop,
incorniciate su iPad. L’idea di questi lavori è potente: nella profondità dell’oceano, la plastica
e la materia viva si fondono, creando un ecosistema sofferente. Alla fine, i pesci intrappolati
si liberano: un chiaro simbolo di rinascita e speranza.
Il percorso di Uter si inserisce così nella tradizione della videoarte contemporanea,
aprendosi però alle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Arte e artificiale
condividono la stessa radice (ars) e lo stesso destino in quanto entrambi sono strumenti di
trasformazione della realtà. In questo senso, l’uso dell’intelligenza artificiale è solo
un’estensione di ciò che l’arte ha sempre fatto, creare nuovi mondi a partire dal reale.

Come
sottolinea Uter:
Per me, artisti come Michelangelo incarnano un concetto che va oltre la semplice bellezza estetica: il valore di un’opera risiede nel messaggio che porta, nel significato che trasmette. Non importa il mezzo: ciò che conta è raccontare qualcosa di vero, di potente, capace di stimolare una riflessione. Ogni artista ha il suo strumento: il pittore dipinge, lo scultore scolpisce, il fotografo cattura l’immagine e la trasforma. L’elemento determinante è
sempre la capacità di comunicare, di trasmettere un pensiero, una visione, un interrogativo allo spettatore.
Uno dei momenti più intensi dell’inaugurazione è stata la proiezione del cortometraggio
ispirato alle opere: uno spin-off di circa dieci minuti che anima le opere appese alle pareti. Il
progetto coinvolge l’attrice Ginevra Colonna come voce narrante e le musiche originali di
Luca Di Cataldo.
Il corto si articola in sei episodi simbolici, costruendo un percorso quasi rituale. L’incipit è
violento, un countdown culmina nell’esplosione di una bomba atomica, un “Big Bang” che
introduce un paesaggio post-apocalittico. Come prima immagine emerge un mappamondo
sigillato in un sacco di plastica, metafora immediata di una Terra soffocata dai propri rifiuti.
Seguono visioni di forte impatto simbolico come un arco monumentale costruito
interamente con ritagli di giornale: una sorta di “architettura impossibile” che rappresenta la
sedimentazione dell’informazione.

Inoltre, anche gli animali diventano testimoni silenziosi della crisi: un cane di pietra, segnato
da crepe, allude alla rottura del legame ancestrale tra uomo e natura mentre una balena
meccanizzata, circondata da detriti industriali, incarna la mutazione forzata degli ecosistemi.
Accanto a queste figure emergono ibridazioni disturbanti: una Madonna robotica, una sirena
dalla pelle simile al petrolio, fino alla figura dell’Uomo di Carta. Quest’ultimo, come spiega
l’artista, nasce grazie alla carta modellata dal movimento degli elementi. Attorno a lui, due
gabbiani si muovono senza timore. In questo caso, gli animali non si trasformano in plastica,
ma si adattano, sopravvivendo.
Un’altra immagine forte è rappresentata dal Principe, ispirato alla celebre fiaba di Oscar
Wilde. Nella storia originale, il Principe, trasformato in statua dorata, osserva per la prima
volta la sofferenza del mondo e decide di privarsi dei suoi beni per aiutare i più poveri,
grazie all’aiuto di una rondine. Nell’interpretazione di Uter, il Principe è realizzato con buste
di plastica diventando, rispetto all’originale, un’anti-eroe contemporaneo.
Il significato più profondo del filmato risiede nell’urgenza di ristabilire un dialogo autentico
tra uomo e natura. Un richiamo a rallentare, ad ascoltare e a riconnettersi con ciò che ci
circonda.

Per questa ragione, la voce narrante invita lo spettatore a: "scendere dalla giostra
in corso" della vita moderna:
Di notte diventiamo una sola cosa con aria, acqua, terra e fuoco. Insieme a loro rileggiamo la storia di ogni giornata, già scritta tra le stelle. Gioca con l’acqua e lascia che il fuoco ti scaldi. Loro ti sanno guardare dentro perché sono, e danno, vita e morte, crudeltà no: Natura. Parla attraverso gli occhi agli animali rispolverando una lingua quasi dimenticata. C’è stato un tempo nel quale il sole si è spento. L’uomo ha creato gli strumenti. Le loro armi, le loro macchine iniziarono a distruggere l’uomo e a perseguitarlo. Scendere, all’improvviso, dalla giostra in corso, per un attimo, ti può togliere il respiro. (…) Ma non temere, fratello, che un attimo passa veloce.
Nella seconda parte del video, il discorso si fa esplicitamente politico. Uter introduce una
critica al sistema burocratico e sanitario, utilizzando un linguaggio fortemente simbolico.
Viene usata la metafora di un “rene malato” su cui lo Stato costruisce ricchezze,
denunciando l’ipocrisia di chi gestisce la salute pubblica mentre i pazienti attendono in sale
d’aspetto costruite su “reni difettosi”. Inoltre, Il video include inserti audio inaspettati, come
un discorso di Donald Trump che sottolinea il contrasto tra la grandezza politica ostentata e
la fragilità dei popoli.
Il monito finale è chiaro: "Se muore un popolo, di papi, di re, di dirigenti non ce ne faremo più nulla". Il potere è intercambiabile, l'umanità no. Questa tensione etica attraversa l’intero lavoro dell’artista, già evidente in alcune delle sue precedenti sperimentazioni dedicate alla guerra.

Ma qual è la fine della fiaba di Oscar Wilde, Il Principe Felice? La rondine muore accanto al
Principe e la statua, ormai priva di valore materiale, viene fusa. Tuttavia, il cuore di piombo
del Principe rimane intatto ed è riconosciuto come l’elemento più prezioso, simbolo di
amore e compassione.
Anche Uter sottolinea come sia proprio il cuore la chiave per superare la solitudine umana, raccontando il mito dell’uomo-Dio punito per la sua superbia:
La storia narra che, molto prima della nostra nascita, l’uomo era un Dio ma dopo un suo atto di superbia contro la natura gli altri dei, per punirlo, lo allontanarono dalla loro dimora privandolo dei suoi poteri così che non poteva tornarci semplicemente per magia. Decisero di non nascondere i poteri sulla luna, né sulla più alta montagna o in fondo al mare, perché sapevano che un giorno l’uomo sarebbe stato tanto astuto da raggiungerlo senza merito.
Li nascosero allora nel più profondo del cuore umano, perché solo lì potevano rimanere fino al giorno in cui l’uomo non avesse ristabilito il suo dialogo con la natura. Fino ad allora, sarebbe rimasto solo, al gelo della sua insensibilità. Non è facile salvare il mondo. Tuttavia, é possibile provarci.

Nel solco di questa riflessione, il lavoro di Uter si colloca in continuità con le teorie della
“guerriglia semiologica” degli anni Settanta, ovvero l’utilizzo stesso dei dispositivi della
comunicazione per rovesciarne le logiche dall’interno, aggiornandole al contesto
contemporaneo. Lo spettatore è inizialmente catturato dall’estetica lucida, colorata e pop
delle immagini, ma l’apparente idillio si incrina quasi subito: l’arte di Uter agisce, come
suggeriva Pignotti, sottraendo allo spettatore “gli occhi di prima” cioè interrompendo
l’automatismo percettivo e costringendo a una visione consapevole e critica.
Si configura così una vera e propria riforma semiologica: non un rifiuto del digitale, ma una sua contaminazione attraverso il dubbio. Le immagini di Uter sono strumenti di indagine e di
denuncia, non semplici oggetti estetici.



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