Spazi sospesi

Quando la pittura di Nino De Luca trasforma il vuoto in presenza
Si è conclusa “Spazi Sospesi”, la mostra dedicata alla pittura di Nino De Luca, un percorso costruito intorno alla luce, al colore e a una dimensione dello spazio che sfugge a ogni definizione. Un'esperienza espositiva nella quale l'astrazione non si offre come qualcosa da decifrare, ma come un linguaggio aperto, capace di suggerire emozioni, atmosfere e percezioni differenti.
Le opere di De Luca non rappresentano luoghi riconoscibili. Non raccontano paesaggi, non restituiscono coordinate precise, ma costruiscono orizzonti mutevoli e superfici sospese tra equilibrio e tensione, tra presenza e assenza. È uno spazio mentale prima ancora che fisico, nel quale lo sguardo è invitato a sostare e a seguire ciò che lentamente emerge dalla materia pittorica.

Nelle tele, l'artista lavora attraverso stratificazioni leggere, velature e profondità vibranti. Le campiture di colore si distendono sulla superficie e poi si interrompono, lasciando affiorare tracce e segni che sembrano provenire da un tempo indefinito. Le parti più impalpabili convivono con interventi più netti, creando un ritmo fatto di apparizioni e dissolvenze.
È proprio questo continuo movimento a rendere ogni tela un luogo di percezione. Colore e materia dialogano attraverso pieni e vuoti, luce e ombra, dando vita a una superficie che sembra modificarsi a seconda dello sguardo di chi la osserva. L'opera non impone una direzione, ma lascia spazio all'esperienza personale.

L'assenza di riferimenti figurativi diventa così una possibilità. Liberato dalla necessità di riconoscere qualcosa, l'osservatore può concentrarsi su ciò che l'opera suscita, una sensazione, un ricordo, una tensione cromatica, oppure semplicemente un momento di silenzio tutt'altro che vuoto.
È lo spazio tra una forma e l'altra, l'intervallo tra due segni, l'attesa prima che qualcosa affiori. È il respiro della tela. Le opere di De Luca non raccontano una storia in senso tradizionale, evocano, suggeriscono, lasciano aperto.
Anche il luogo che ha accolto la mostra ha contribuito a costruire questa esperienza. L'esposizione si è infatti sviluppata nello studio degli architetti Francesco Anzuini e Sara Edalatkhah, appassionati d'arte contemporanea e attenti a valorizzare gli spazi progettati attraverso il dialogo con le opere.

Qui arte e architettura hanno condiviso lo stesso spazio creativo, influenzandosi reciprocamente. Le tele di De Luca hanno modificato la percezione dell'ambiente, mentre l'architettura ha offerto alle opere una dimensione ulteriore, trasformandosi a sua volta in parte integrante del percorso. Ne è nato un confronto fatto di proporzioni, superfici, luce e materia, nel quale il visitatore si è trovato immerso in un'esperienza non soltanto visiva, ma anche sensoriale.

Protagonista della mostra è stato Nino De Luca, nato nel 1965, diplomato al Liceo Artistico e laureato in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1989 fonda l'associazione “Laboratori Incontri d'Arte” e avvia un'intensa attività espositiva. Dal 2001 lavora nello studio di Palazzo Castelli-Cannella, luogo d'incontro con importanti maestri del Novecento, tra cui Bruno Canova.
Nel corso della sua attività, De Luca ha partecipato a mostre e premi in Italia e all'estero, con esposizioni a Bucarest nel 2005 e al Museo Brukenthal di Sibiu nel 2007 e nel 2012. Le sue opere sono oggi presenti in musei e collezioni private. Vive e lavora tra Roma e l'Abruzzo.

A conclusione di “Spazi Sospesi”, ciò che rimane è soprattutto la sensazione di aver attraversato uno spazio senza confini precisi, dove il colore ha preso il posto della narrazione e il vuoto ha assunto una propria presenza.
La pittura di Nino De Luca sembra muoversi proprio in questa zona di confine: tra ciò che appare e ciò che scompare, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta volutamente nell'ombra. Ed è forse in questa sospensione che le opere trovano la loro forza, lasciando allo sguardo il tempo necessario per fermarsi, per ascoltare e, infine, per costruire una propria esperienza.

Le fotografie che accompagnano questo articolo sono di Marino Festuccia




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