• Francesca Orsi

Apnesya. Il ritratto sfaccettato delle Isole Eolie

di Francesca Orsi

Prisca Tozzi con la sua macchina fotografica ci narra di un concetto assoluto di Tempo. Di un tempo che è stato, che è e che sarà. Un passato fatto di roccia che si erge in tutta la sua magnificenza storica; un presente fatto di mani esperte che raccolgono, come in una danza, le reti della pesca dopo una giornata in mare; un futuro fatto di acque blu a chiazze bianche, schiumose, squamose, lascito dello sfruttamento dell’Uomo a carico della Natura.

Legata da un vissuto personale ed affettivo alle Isole Eolie la fotografa le ritrae apparentemente come una documentazione naturale dell’Arcipelago, con la sua fauna, la sua flora, il suo trascorso vulcanico e la roccia che ne fa da padrona, ma è riduttivo percepire il suo lavoro come un semplice reportage naturalistico. Con il suo obiettivo Prisca indaga il territorio creando un movimento ritmico dal dentro al fuori e dal fuori al dentro: dai close up delle pareti rocciose all’avvistamento lontano di un totem vulcanico, dal profilo dentellato della costa allo still life di una pianta essiccata al sole. Il suo zoom si restringe sempre più per portarci dentro alla terra, alla roccia, dentro alla lava di cui è fatto il suo bell’Arcipelago e con la stessa spontaneità visiva ci fa viaggiare oltre l’orizzonte con i colori del tramonto.

In Apnesya la Natura origina immagini poetiche, immagini compositivamente equilibrate, immagini evocative; c’è qualcosa, in fondo, di più puro di essa? Ma il lavoro di Prisca non si limita semplicemente ad una lettura estetica e ad un candido ritratto della bellezza naturalistica delle Isole Eolie, ma ci mostra anche il suo lato oscuro, quello dimesso, nocivo, quello che fa tingere di bianca schiuma un mare blu, puntando il dito verso il mondo umano. In questo modo Apnesya diventa anche un progetto socialmente impegnato, di critica verso l’Uomo e il suo operato di imbarbarimento del territorio. La Storia viene ritratta dalle stratificazioni del terreno, dalle rocce ataviche che svettano nel mare come idoli di culto, e su di lei l’Uomo ci si è comodamente seduto degradandola, usurpandola, senza un minimo di rispetto e di cura. Prisca riesce a far emergere visivamente questo spaccato, questa dualità, riproducendo sia la maestosità senza tempo della prima sia la fallibilità del secondo.

In Apnesya dissemina rovine e reperti, di quello che fu, di quello che è e di quello che sarà, su un pattern di colori che spazia dal blu al terra bruciata, dal grigio lavico a quello più slavato dal sole e dal sale del mare, dalla trasparenza della plastica al verde della vegetazione autoctona. La figura umana in tutto questo colore compare come piccola e secondaria, quando compare; sono gli effetti delle sue azioni che vengono colti come degli still life naturali, come le prove visive di un reato. All’Uomo Prisca dedica un capitolo a parte, con un bianco e nero differente rispetto al resto del libro, un bianco e nero che blocca per un attimo il monito critico a colori e mostra, invece, le storie di vita di coloro che le isole Eolie le abitano nel pieno rispetto della loro natura, bussando alla porta ed entrando in punta di piedi, in piena armonia con la Storia e il Tempo.

In questo modo narra della storia dei pescatori e degli abitanti delle Isole che vivono il territorio non per depredarlo, ma in costante dialogo con esso, in un rapporto di scambio dare/avere. In questo ultimo capitolo l’Uomo viene mostrato nella sua purezza, nei suoi intenti più sinceri, nel suo rapporto più stretto con la Natura. Probabilmente per questo motivo alcuni dei ritratti che Prisca ha scattato a questi uomini mi fanno ripensare a quegli immensi massi acuminati e inamovibili che la fotografa ha fotografato in mezzo al mare, ancore storiche a cui chiedere lumi per navigare in un mare sicuro e pulito.


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